COMPAGNI DI PALCOSCENICO

Dal cinema alla realtà dalla realtà all’arte

Abissinia e abisso morale della nostra vecchia generazione

Pubblicato da Ale Vic Dona su 25 aprile 2009

Così ben poco si sa della strage compiuta dalle truppe italiane ad Ebrà Libanòs, un villaggio di religiosi a novanta chilometri da Adis Abeba: circa 300 persone furono trucidate in rappresaglia all’attentato che il 19/02/1937 aveva visto vittima il viceré Graziani.

Donne, bambini, vecchi, tutti furono passati per le armi; già due giorni dopo l’attentato, nella stessa Adis Abeba erano cominciati i rastrellamenti e i militari italiani si lasciarono andare ad atti d’efferata crudeltà. Qualsiasi indigeno incontrato per strada era ucciso, interi quartieri e villaggi dati alle fiamme, in una sete di sangue che in pochi giorni fece migliaia di vittime, fino a raggiungere il suo apice con la strage nel convento di Ebrà Libanòs, dove gli ufficiali italiani ritenevano che risiedessero le “menti” della resistenza eritrea.

Processi sommari ed esecuzioni di massa erano all’ordine del giorno, gli assalti ai villaggi con l’ordine di fucilare tutti coloro che erano al di sopra dei diciotto anni furono ordinati senza alcun rimorso, per la necessità di dare una prova di forza ad un popolo già stremato da privazioni e deportazioni.

Ma ciò che non va taciuto è la crudeltà con cui questi ordini vennero applicati, lo zelo con cui i soldati italiani si lasciarono andare a torture e mutilazioni, ad omicidi indiscriminati fomentati da una forte vena razzista e dalla necessità di dimostrare la propria forza.

Non bastava uccidere i nemici, ma bisognava atterrire la popolazione, dissuaderla dal collaborare con le forze ribelli, terrorizzare con l’esposizione dei cadaveri e delle teste mozzate nelle piazze e nei luoghi pubblici, a fare da monito per chiunque si fosse ribellato all’autorità coloniale.

Le stime da parte della società delle nazioni (oggi ONU) sono raccapriccianti: dalle 4000 alle 6000 persone massacrate in pochi mesi, questo in una sola operazione di rappresaglia. Questa è la civiltà che gli “italiani brava gente” esportavano nella selvaggia” Africa.  La visione di un corpo mutilato ci riempie di disgusto e di orrore: la decapitazione in particolare suscita sentimenti di riprovazione, per la ferocia insita nel gesto stesso, par la totale disumanizzazione della vittima che comporta.

Nella coscienza occidentale fa orrore pensare al vilipendio del corpo, all’annullamento della dignità dell’individuo ridotto ad oggetto,

Eppure il corpo è sempre stato lo strumento attraverso cui la forza del vincitore o della legge si sono espressi e manifestati, anche nella nostra cultura.

La pubblicità e la visibilità dell’esecuzione erano una condizione necessaria: gli astanti, il pubblico che affollava le piazze dove si erigeva il patibolo, doveva essere atterrito, spaventato dalla punizione che colpiva il colpevole di reato; in “curiosità romaneCostantino Maes ricorda come nella Roma papalina le teste dei criminali venissero esposte in via Condotti, a memoria della inesorabile durezza con cui la legge esigeva rispetto.

Abbandonate dai codici, tali pratiche hanno continuato a trovare applicazione nelle situazioni in cui la morale comune è come sospesa, in cui la necessità di mostrare la forza induce a far ricorso alla pubblicità per atterrire il nemico: a questo servono i filmati di Al Qaeda a terrorizzare e spaventare il nemico, così come è sempre successo in guerra. E’ facile dimenticare le pagine più brutte della propria storia, omettere ciò che di sgradevole si nasconde nelle pieghe delle versioni ufficiali e chiudere gli occhi su ciò che fa orrore.

Ale

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