COMPAGNI DI PALCOSCENICO

Dal cinema alla realtà dalla realtà all’arte

L’IGNOTO ?

Pubblicato da Ale Vic Dona su 8 Agosto 2009

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Scommetto qualsiasi cosa che nessuno riesce a rimanere indifferente davanti a questo ritratto..

E’ stato dipinto da Antonello da Messina nel 1400 circa ma lascio agli esperti l’illustrazione di quanto sia bello il dipinto e di quanto sia bravo l’artista.  Questo quadro,  da non confondersi con quello molto più famoso raffigurato sulle vecchie carte da 5000 lire, si trova ora nel museo di Cefalù e rischia come tante altre opere italiane di dover essere conservato in qualche scantinato museale per mancanza di fondi.

Ecco L’ignoto di cui parlo.. Bellissimo senz’altro ma quel sorrisetto, quasi un ghigno non sembra rivolto a voi ? E quegli occhi ? Non vi sembra di rispecchiarvi ?

Si, io ho avuto questa netta impressione..Mi è sembrato che mi dicesse : “Guardami e guardati..I miei occhi sono uno specchio dei tuoi. Ti guardo con ironia, con distacco. Forse ti irrido ? Forse..Ma io sono te . Rido dei tuoi difetti e delle tue debolezze ma sono te , anzi ti interpreto..Io sono un attore  che interpreta  lo show della tua vita, il tuo ingenuo tentativo di fare il furbo, la tua sete di essere qualcuno, il tuo pressapochismo, il tuo vojerismo..” .

“Sono un buffone ,  un istrione ?  Certo.. ma sono voi italiani. Esisto solo perché esistete  voi e riesco a ridere di voi “ .

Beh, faccio una proposta :  diamo un nome a questo signore e candidiamolo alle prossime elezioni politiche. No.. ci ripenso. Esiste già un ignoto istrione a cui abbiamo dato un nome…

                                                               Dona

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L’orgasmo del Regime

Pubblicato da Ale Vic Dona su 21 Maggio 2009

“L’Orgasmo del regime” è un libro che affonda a piene mani nei ricordi di Fedora Sandelli, nei suoi appunti sparsi, organizzati con l’aiuto di un giornalista, in uno scritto che ripercorre le vicende e la sua avventura di tenutaria di bordelli privati, mascherati sotto forma di circoli, frequentati dai maggiori gerarchi fascisti. Uno dei compiti principali delle ragazze era quella di allietare le serate erotiche degli esponenti del regime, spesso accompagnati dagli illustri ospiti germanici, quale Goering, Goebbels, il maledetto Hitler in persona. Affiorano con sofisticata e sensuale eleganza i racconti delle ragazze, le confidenze sussurrate dalle ragazze alla madama che, con dovizia di particolari e una compiaciuta partecipazione sessuale, riporta i vizi privati di questi personaggi che tanto danno portarono ai destini di milioni di persone. Sono rapporti sessuali selvaggi quelli che emergono, si percepisce a pelle una scarsa considerazione della donna, trattata come sfogo per le pulsioni bestiali, per giochi erotici spericolati, per rapporti frettolosi ma violenti. Tuttavia i racconti sono raddolciti dalla penna sapiente, l’atmosfera viene ovattata e filtrata, come in una bruma mattutina leggera e trasparente, dalle descrizione dei corpi femminili, una sodezza della carne, da confronti dei seni che rinviano, in un certo senso, al biblico cantico. Capezzoli descritti come da un pennello d’artista, gambe statuarie, mise di una sensualità raffinata, un sapere del mestiere più antico del mondo che affascina, turba, coinvolge l’immaginario maschile, ma anche quello femminile.

delempickadeuxamiesRIl ventennio fascista è un segmento temporale profondamente inciso da una doppiezza etica e morale di natura dissimulatrice: la propaganda amplifica i valori cristiani della famiglia, del focolare domestico, della donna/santa madre imperitura, fattrice di figli destinati a un destino supremo, alla gloria della patria, ad impugnare le baionette forgiate nel destino del nuovo impero ereditato dalla matrice romana. In privato vengono privilegiati i valori della corruzione, del tradimento e della lussuria. E’ un erotismo torbido, mascherato dalla eleganza di una società che fonda i canoni estetici nel movimento decorativo ed artistico denominato Deco’, impostato su una purezza di linee semplici, su un geometrismo di solidi cubici e sferici, un distillato di purezza tornita e levigata, con sconfinamenti nell’astrazione che fonde le punte dinamiche più avanzate del Futurismo con il moderno design della Bauhaus. Tamara de Lempicka incarna più di tutti questo movimento, ma ancor di più l’eros eburneo del periodo. Essa conobbe appieno i costumi sessuali più sfrenati, fu ospite di Gabriele D’Annunzio, presso cui ebbe modo di conoscere i riti orgiastici del vate e la sua depravazione, la ricerca di un piacere sempre più elaborato, di una soddisfazione degli impulsi ricercata, un vate assetato di orgasmi complicati, ormai consumato dalla consueta sensualità, assetato di nuove emozioni. Tamara riesce a stabilire un confine netto entro cui racchiudere delle immagini ad alto contenuto erotico, entro cui descrivere una lussuria raffinata, talvolta equivoca, fatta di donne attraenti, ammiccanti, equivoche, soprattutto rivestite da un fascino misterioso, da sguardi che emettono richiamo irresistibili, volti incorniciati da capigliature a caschetto, seni turgidi, invitanti come una coppa di nettare degli dei. Tamara esercita la sua professione di ritrattista spogliando il personaggio femminile, talvolta pudico nel coprirsi il seno, ma uno schermo che finisce per esaltare la sensualità. Spesso sono grovigli orgiastici, contorcimenti dei corpi maschili e femminili spasmodici nell’orgasmo simulato o vero che sia, membra levigate e tornite come colonne idealizzate nella lussuria, amori di gruppo e amori saffici destinati a stimolare l’eros privato della ricca borghesia nell’era del fascismo, ad arredare le pareti dei bordelli di lusso, una sorta di cinematografia pornografica dell’epoca, uno stimolo visivo per gli esercizi ginnico-erotici.cb2efe72f1138eea94fbc7a5317f1651R

Come sempre la storia ha i suoi riflussi, ritorni ciclici, il potere si consolida sulla corruzione, i flussi finanziari servono a corrompere, quindi a consolidare il potere acquisito. Assieme al vile denaro si accompagnano i vizi, la lussuria sfrenata. Ne danno un triste esempio alcuni politici che, nella solitudine romana (sigh) si sono dedicati alla cocaina e alle feste orgiastiche, alle ammucchiate. Nulla contro i vizi privati, quando non sei una persona pubblica, nulla contro la libertà sessuale, anzi, noi ragazzi degli anni ’70 abbiamo combattuto strenuamente contro il falso moralismo, contro l’ipocrisia di una borghesia di mentalità ristretta, falsa e perversa. Abbiamo partecipato nudi ai concerti, abbiamo fatto l’amore in pubblico, abbiamo girato nudi in moto, abbiamo celebrato la sessualità aperta senza alcun limite, l’abbiamo accompagnata con sostanze psichedeliche (almeno io), abbiamo appagato la nostra volontà di esplorazione sessuale senza tabù e senza remore. Tuttavia dobbiamo assistere a spettacoli miseri oggi, a nuovi conducator che si gettano in battute di caccia su ragazzine pronte a vendersi per una comparsata, a un mercato del sesso e del corpo senza limiti, svolto nel foro mediatico: intercettazioni distrutte, collier in tasca come se fosse cosa normale di ogni giorno improvvisare la partecipazione a una festa di compleanno, alla celebrazione del genetliaco della protetta, e così ministeri sparsi come premi per prestazioni particolari, erotismo comprato, smerciato, barattato. Ma allora con il trascorrere degli anni sei diventato borghese, mi sono chiesto? No, semplicemente a un personaggio che guida un paese non è concesso mentire, se mente su una semplice copula, mente su tutto il resto. Così come il duce mentiva agli italiani e a sé stesso, il nuovo capo regime mente a tutti noi, fonda il potere sulla corruzione e sulla lussuria, sulla mercificazione del sesso. Ma poi chi siamo noi per giudicare? Non siamo nulla, piccoli granelli di polvere, ma vediamo nel nostro piccolo quotidiano, nei rapporti interpersonali, nella rete stessa, il radicato e profondo istinto alla prevaricazione, all’attitudine a scatenare guerre inutili solo per egocentrismo, edonismo di conquista di spazi, corrotti e corruttori, pronti a calarci come predatori sul nostro vicino per sbranarlo, a lanciare avvertimenti mafiosi pur di conservare le misere posizioni raggiunte. E allora che ci resti almeno il sesso, la lussuria se ne siamo capaci.

Vic

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Pier Paolo Pasolini: Lussuriosi senza Peccato.

Pubblicato da Ale Vic Dona su 15 Maggio 2009

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Che cos’è la lussuria per uno dei più contestati uomini di lettere e cinema del ‘900? Non una provocazione, non uno specchio per le allodole, ma il grimaldello che scalfisce i muri dell’ipocrisia e soprattutto ci mostra il vero volto della società. Senza sensazionalismo e senza peccato ecco l’arma più genuina, di un convinto reazionario, contro i “mali” della falsa borghesia e del cattivo clero.

   “Ma perché incominci ad avere il pensiero del male prima che venga?”.

Una lussuriosa suora ne Il Decameron.

Pasolini pare proprio dare ragione, anche se ideologicamente lontano, all’orbo veggente D’Annunzio quando apprestandosi a girare uno dei tre segmenti della personale “saga della vita”, mette in mostra i corpi nudi dei suoi attori mostrandoci, sfrontatamente, il piacere della carne, sempre uguale in tutte le ere e sotto tutti i domini. Riferendosi all’autore de Il Fuoco, che ipotizzò un possibile depennamento della lussuria dai terribili sette peccati capitali, il regista decide imperterrito di continuare a sperimentare una vera e propria poetica. Già nel fortunato e drammatico esordio di Accattone (1961) troviamo un uomo, la maschera ridanciana ma drammatica di Franco Citti, che vive di sfruttamento e quindi di lussuria alle spalle di povere prostitute. Lo redime, forse, l’amore per una di queste facendogli inseguire il sogno di una collocazione, di una sistemazione sociale. Nell’opus numero due, Mamma Roma (1962), ecco invece il destino e la mancata redenzione di un’altra donna di vita, Annarella Magnani, che decide di smetterla con la lussuria a pagamento (col peccato?) decidendo di intraprendere la retta via attraverso un ritrovato amore filiale. Ma il passato riemergendo minaccioso, fa naufragare le sue esili speranze. E’ impossibile salvarsi dalle nefaste conseguenze della lussuria? Dall’essere condannati sempre e comunque dalla società? Sembra incredibile come il tema centrale del secondo lungometraggio pasoliniano ricorra in tutto il cinema “sessualmente impegnato” dell’ultimo ventennio. Da Garry Marshall ad Aurelio Grimaldi, passando per Ken Russell. Siamo davanti ad una Magnani di immensa intensità espressiva, una povera donna che si toglie dal marciapiede facendosi “vestale della società”, negando il suo passato. Quasi che il suo stesso sesso sia una ferita purulenta che col tempo sarà lenita dalla agognata rispettabilità, forse rimarginata dalle sperate premure del figlio e dall’illusione di una vita borghese. Finirà come da copione in tragedia, ma non è facile sentimentalismo. Pasolini non è assolutamente Blasetti e non conosce favole a lieto fine, le sue donne sono logorate dalla passione con gli occhi stanchi e la pelle raggrinzita. Non c’è dolce vita cinema dei telefoni bianchi, la lussuria martirizza i corpi delle attrici dei suoi primi film ed è l’apoteosi del neorealismo. Se, per un assurdo, Pasolini avesse girato Quattro passi tra le nuvole (1942) avrebbe trasformato in aguzzino il borghese commesso viaggiatore e messo a battere la povera protagonista, seppure incinta. E’ il pugno nello stomaco della realtà e la morte della favola, il vero volto del borghese piccolo piccolo.

Tralasciando il discorsivo documentario Comizi d’Amore (1964), che è un’inchiesta sviluppata assieme ad Alberto Moravia sul sesso nell’Italia del grande boom, ritorniamo alla finzione scenica del rampollo di dinastia industriale che è attirato sessualmente dai porci, è da loro sbranato come in un raccapricciante racconto nero di Patricia Highsmith, nella seconda parte di Porcile (1969) che gioca sulle simbologie e sulle perversioni della classe dirigente. E’ il sesso animalesco (la zoofilia?) che porta alla disperazione ed alla fine divora la carne, nel vero senso della parola.

Ma il simbolismo, la sua forza poetica e dirompente, era già decaduto con un inconfutabile Teorema (1968) dimostrato ai danni dell’alta borghesia, con l’irruzione di un enigmatico personaggio che crea lo scompiglio nella famiglia perbene di un industriale milanese, avendo rapporti sessuali con tutti i componenti della famiglia (colf e maschi compresi) tranne che col patriarca. Quando se ne andrà nessuno sarà più lo stesso. Terence Stamp diventa il messia della lussuria, regalando il suo prezioso messaggio di libidine a tutte le caste tranne, però, che al ricco padrone. Come biblicamente dire: è più facile che un cammello… Teorema pare la mutazione perversa, senza fronzoli, di un romanzo di James M. Cain ma in realtà è la fotografia di una nazione malata di perbenismo, di ipocrisia morale, è la realizzazione di quelle provocazioni che non vorremmo mai ci capitassero, ma che in segreto sogniamo.

Nella sua trilogia della vita, il regista prende a distanza di uno o due anni dalla realizzazione filmica, tre opere letterarie lontane e diverse per temi, culture ed epoche per realizzare il suo concetto universale di lussuria libera dall’amore e dalle convenzioni. Il piacere del passato diviene timida gioia. Gli uomini tornano ad essere liberi, i sessi non sono più armi e ferite, sono di nuovo rigogliosi tuberi e sorrisi verticali. La stupenda Napoli del Decameron (1971) boccacciano, è il teatrino dove finti muti fanno scoprire la lussuria alle monache di un convento, dove avvengono falsi miracoli e si ritorna dall’aldilà col messaggio divino della lussuria come assoluto piacere senza peccato. I racconti di Canterbury (1972), da Geoffrey Chaucer, sono invece il lento avvicinamento alla favola sessuale che poi sfocerà con Il fiore delle mille e una notte (1974) dove, fondamentalmente, Pasolini rincorre l’oriente per scrollarsi da dosso quella disperazione clericale che pervade i primi due lavori. Il regista supera ampiamente il problema “cattolico” anche se lentamente, e con un film che a prima vista potrebbe sembrare irrisolto. Nella trilogia della vita è ricorrente il movimento discreto della macchina, lo svarione di sceneggiatura che diventa sublime necessità in un universo farsesco, anche perché Pasolini sembra avere per forza bisogno dell’unità, frammentata delle raccolte di novelle, per poter portare avanti l’apparato letterario della pellicola. Il ritmo è scandito da una ricerca di musica primordiale, archetipica, che non diviene per forza melensa ed esageratamente melodica negli ultimi due capitoli della saga. Pasolini, dopo aver rielaborato il mito, adesso rielabora anche la fiaba ma lo fa senza filtro, come se avesse riletto Lewis Carroll spiando sotto il gonnellino di Alice, attraverso uno specchio infranto.

 Con il tormentato Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), alla cui stesura in fase di sceneggiatura collaborò il Pupi Avati esperto del grottesco e del satirico, ci misuriamo col profondo torbido anche se siamo alle prese (al cospetto) con l’unità del romanzo di De Sade e con la sua trasfigurazione (interpretazione) attraverso le vicende storiche della repubblica di Salò, del fascismo e della resistenza. Le orge sfrenate, il sadismo, lo strapotere del peccato che accomuna potenti e servi. I gemiti di piacere e dolore di corpi ammassati, in perenne unione sono le note di un pentagramma su cui Pasolini traccia l’armonia del perverso. Un ordine superiore che ad occhio umano non appare. Un caos primordiale che forse è l’inferno dantesco, ma assolutamente assurge ad allegoria nei confronti di un dato periodo storico, di una data dittatura. Declino e caduta dell’umana ragione a favore del genuino e animalesco istinto. Pasolini insegue l’utopia dell’uomo invaso, della liberazione dai canoni e la non -  alienazione. Vede nella selvaggia Africa la possibile rinascita di una civiltà naturalistica e sincera. L’imbuto del suo personale inferno conduce a De Sade per naturale vocazione. Il suo essere regista rende sublime il sudicio e ridicolizza il conformismo. Il suo cinema indaga l’oscurità senza riverberi dell’abisso*, scorgende una fioca luce, il piacere, nella fredda immensità della morte.

 


* La frase, amatissima da H.P. Lovecraft, è estrapolata da un racconto di Lord Dunsay. (N.d.R.)

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